«PERCHE’ FESTEGGIAMO LA NASCITA DELLA REPUBBLICA, MA NON L’UNITA’ D’ITALIA?»

 

Enzo Biassoni mi scrive a proposito del mio post dello scorso 2 giugno («I NOSTRI PRIMI 80 ANNI E IL PATRIMONIO DEL 2 GIUGNO»):

«Tutto giusto, ma la macchia di non festeggiare l’Unità d’Italia rappresenta una vergogna ed un’offesa al Risorgimento.  Sembra che l’Italia sia nata con la Repubblica» 

Caro Enzo,

l’Italia è nata e rinata più volte nel corso della sua storia unitaria. Nacque durante il Risorgimento. Rinacque con l’affermazione del fascismo, dopo la crisi dell’età liberale. Rinacque il 25 aprile ’45 e il 2 giugno ’46, dopo la fine della seconda guerra mondiale. E stiamo ancora aspettando che rinasca dopo la fine della guerra fredda e la caduta della Prima repubblica, ormai più di 30 anni fa. Dobbiamo ricordare. Ma non sempre possiamo festeggiare, come si può facilmente intuire.

Lei ha ragione, coglie una contraddizione abbastanza evidente: la nascita dell’Unità d’Italia, l’inizio di ogni cosa, non è celebrata con la stessa intensità e partecipazione emotiva del 25 aprile o del 2 giugno. Perché? Me lo sono domandato anch’io. Ma non so se la conclusione a cui sono giunto abbia un qualche fondamento. In ogni caso, voglio condividerla con lei e con chi ha la pazienza di leggerci. 

Nel 1912 il liberale Giovanni Giolitti, con De Gasperi il più grande statista del Novecento, raccomandava «molta prudenza nell’aprire gli archivi del nostro Risorgimento», perché «non è bene sfatare leggende che sono belle». Voleva dire che le basi unitarie erano così fragili che sarebbe stato meglio non stuzzicare nervi sensibilissimi. E’ passato più di un secolo da allora, quel monito ha ancora un senso? Si e no. Non può valere ovviamente per gli studiosi. Ma sul piano politico, la faccenda è piuttosto complicata. Dalla fine del secondo conflitto, la Penisola è stata sul punto di disintegrarsi per bene due volte. Subito dopo il 25 aprile 1945, quando inglesi, francesi, jugoslavi e austriaci provarono -per fortuna senza riuscirci- a smembrare il nostro Paese in tre, quattro aree di influenza.  E poi nel 1992-’93, nell’Italia delle autobombe e della crisi finanziaria: in piena sintonia con le mafie scissioniste, la Lega di Umberto Bossi dichiarò lo sciopero dei Bot. Fu un insuccesso, per fortuna. Ma se fosse riuscito, lo Stato non avrebbe più potuto far fronte ai propri impegni, a cominciare dal pagamento di stipendi e pensioni, avrebbe dichiarato fallimento e con ogni probabilità saremmo tornati a una situazione molto simile a quella pre-unitaria. Oggi non ce lo ricordiamo più, del resto la “politica della memoria” non è mai stata il nostro forte.

Ricordo le diatribe parlamentari che precedettero la decisione di istituire una giornata della memoria delle vittime del terrorismo. La sinistra preferiva il 12 dicembre, la data della strage («fascista») di Piazza Fontana; la destra invece indicava il 9 maggio, la data dell’assassinio (per mano «comunista») di Aldo Moro. Proviamo a immaginare che cosa accadrebbe se dovessimo scegliere la data in cui festeggiare l’Unità d’Italia.  L’11 maggio, il giorno in cui nel 1860 Garibaldi sbarcò a Marsala? Insorgerebbero i neoborbonici, che al Sud hanno ancora un certo seguito.  Il 17 marzo, il giorno in cui nel 1861 Vittorio Emanuele II venne proclamato Re d’Italia? Insorgerebbero i repubblicani. Il 6 giugno, il giorno in cui morì Camillo Benso di Cavour? Per me questa sarebbe la data più giusta. Ma prima bisognerebbe spiegare agli italiani come e perché, il 6 giugno del 1861, neppure tre mesi dopo la proclamazione del Regno e alla giovane età di 50 anni, morì il vero, grande artefice del nostro processo unitario. Meglio che se ne occupino gli studiosi. La politica, ancora per un po’, si attenga al monito di Giolitti. 

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