Uncategorized

“ANARCHICI” CHE RECLUTANO PER KIEV

Ricevo questo articolo dall’avvocato Benedetta Piola Caselli: Forse questo articolo dovrebbe cominciare così: “Chiunque nel territorio dello Stato e senza approvazione del Governo arruola o arma cittadini, perché militino al servizio o a favore dello straniero, è punito con la reclusione da 4 a 15 anni” (art. 288 c.p.). Oppure potrebbe cominciare così: “uno spettro sia aggira per l’Europa, ma non è quello del comunismo.  E’ piuttosto l’uso sapiente si una confusione cognitiva – arma di guerra ibrida – e cioè l’uso di una etichetta politica come copertura di azioni che nulla hanno a che vedere con il pensiero che dovrebbe fondarle”. Per capire che cosa sta succedendo, intendo partire proprio da questa aporia.  Il pensiero anarchico, quello che va da Bakunin a Kropotkin, è sempre stato caratterizzato dalla critica radicale allo Stato, alle gerarchie militari e al monopolio della violenza legittima, perché ritenuti strumenti fondamentali di riproduzione del potere politico. Oggi non è più così: gli “anarchici” hanno costituito una rete di solidarietà internazionale per fornire a Kiev aiuti logistici e militari, oltre che forze combattenti.  L’aiuto fornito ad uno Stato e a forze militari ufficiali, viene ovviamente coperto con la retorica dell’antiimperialismo, della “resistenza popolare”, e dell’internazionalismo, ma la questione resta chiara: o è cambiata la teoria anarchica, o questi non sono gli anarchici.  Faccio un riassunto per chi non ha seguito la questione. Nel 2022, immediatamente dopo l’inizio del conflitto, l’Ucraina lancia una campagna di reclutamento di “volontari” internazionali. Questa campagna ha successo. Fra le persone che accorrono, alcuni sono volontari reali, mentre altri sono banalmente mercenari o soldati in “congedo”, provvisorio o definitivo, da forze armate nazionali, che combattono dietro stipendio. Nei primi giorni di marzo 2022 avevo ricostruito la rete ed ero riuscita ad intervistare lungamente l’agente reclutatole, cioè quello che accompagnava i volontari, già selezionati e arrivati in Ucraina, al primo posto di selezione, dove effettivamente ne erano verificate le capacità e le attitudini militari prima dell’inserimento nei corpi combattenti o logistici; avevo anche intervistato sia un mercenario che alcuni volontari “veri”, poi respinti al secondo controllo perché troppo mingherlini e timidi. La campagna di reclutamento internazionale si svolgeva allora solo tramite web, nel senso che la possibilità era aperta a tutti ma il primo contatto veniva allora dall’iniziativa dell’aspirante volontario e non da una ricerca attiva da parte ucraina cosa che, secondo giurisprudenza, rendeva il comportamento di eventuali facilitatori come non costituente reato. Adesso la situazione è cambiata: l’Ucraina, attraverso una rete internazionale, promuove il reclutamento direttamente negli Stati stranieri. La rete è quella dei Solidarity Collectives sulla cui storia vale la pena di soffermarsi: sia perché è un po’ strana, sia perché è un buon esempio di quello che sta succedendo a livello globale: la comparsa di reti civili transnazionali che operano simultaneamente come supporto a conflitti geopolitici sotto bandiera umanitaria. Detto in altre parole, i Solidarietà Collectives sono un attore ibrido che non coincide né con una ONG umanitaria classica, né con un movimento politico tradizionale, né con una struttura militare in senso proprio.  Per capire meglio di cosa si tratta, possiamo mettere a fuoco quattro elementi che, secondo me, sono ricorrenti in operazioni di questa tipologia:  a) una struttura giuridica minima,  b) una capacità operativa significativa,  c) una rete internazionale di sostegno   d) una strategia pubblica di legittimazione. Sul piano formale, Solidarity Collectives esiste come soggetto giuridico registrato in Ucraina. Nei registri delle persone giuridiche compare come ГО “КОЛЕКТИВИ СОЛІДАРНОСТІ”, codice EDRPOU 45226640, registrata il 15 agosto 2023 a Kyiv come organizzazione non profit. Questo dato è importante per due ragioni. La prima è che siamo di fronte non a un semplice collettivo informale, ma a un ente con un’esistenza giuridica definita.  La seconda è che i registri individuano una figura formalmente responsabile: Kseniia Oleksandrivna Beziazychna, indicata come head of organisation, authorized signatory, responsabile del reporting e soggetto che compare nella struttura proprietaria dell’ente. Questo significa che, qualunque sia la retorica orizzontale del collettivo, esiste un punto di imputazione legale preciso. Proprio il profilo di Kseniia Beziazychna costituisce però una delle prime anomalie del caso. Le informazioni pubbliche su di lei sono limitate: non emerge una lunga storia di leadership politica internazionale, né una notorietà pubblica paragonabile al peso dell’organizzazione che formalmente rappresenta.  Le fonti aperte russe ucraine la descrivono come originaria di Kharkiv, attiva in iniziative contro razzismo e discriminazione, impegnata in attività femministe e promotrice di un feminist video-blog. Una presentazione pubblica di Kampnagel la definisce però anche military coordinator di Solidarity Collectives: il suo ruolo consisterebbe nel raccogliere richieste da unità combattenti, organizzare fundraising, acquistare equipaggiamento e coordinare le consegne. A ciò si aggiunge la presenza di una sua attività individuale registrata come FOP nel settore IT/data processing.  Insomma: una femminista poco conosciuta e che di mestiere farebbe video, ma abbastanza esperta da comprare attrezzatura militare e occuparsi di reclutamento – veramente uno strano mix. Vorrei sottolineare che in operazioni simili per alcuni aspetti organizzativi, quali la Global March To Gaza e la Sumud Flottiglia si è riproposto lo stesso schema: una figura “responsabile” con una storia di esposizione personale minima ma con capacità logistiche apparentemente elevate. Nel caso delle due operazioni citate, i “responsabili” nazionali erano peraltro inadatti alla gestione logistica concreta e quindi affiancati e diretti da altre figure, i cui contorni erano però più evanescenti. Questa discrepanza fra esposizione-storia personale/impatto logistico diventa ancora più rilevante se la si confronta con le attività che Solidarity Collectives dichiara di svolgere. Dai loro report pubblici emerge infatti un’operatività che va ben oltre l’assistenza umanitaria in senso classico. Nei materiali 2024-2025 compaiono dati come la produzione o consegna di circa 247 droni FPV, l’acquisto di un UAV Sich, di un laser designator Steiner DBAL-A3, di antenne Avenger, di veicoli, generatori, power stations, oltre all’importazione di sette veicoli tramite la ONG. Sono dati che, presi nel loro insieme, descrivono una struttura capace di procurement, logistica, raccolta fondi internazionale e coordinamento tecnico. Chi, fra i lettori, ha lavorato nelle ONG avrà immediatamente alzato le antenne: non solo la capacità organizzativa

“ANARCHICI” CHE RECLUTANO PER KIEV Leggi tutto »

RIFORME ISTITUZIONALI CONDIVISE. MA E’ UN CONCETTO COSI’ ASTRUSO NEL PAESE DELLE GUERRE CIVILI?

Scrive Angelo Dell’Osso commentando il mio post di ieri sulla legge elettorale proposta dal governo:«Mi chiedo se possiamo almeno valutarla questa, credo legittima, proposta di legge elettorale di cui conosciamo solo alcune indiscrezioni. Oppure dobbiamo essere contrari a prescindere perché comunque ritenuta in un disegno di regime change?» Caro Angelo, provo a spiegare un semplice concetto su cui insisto da qualche decennio, almeno dai tempi della Bicamerale di D’Alema. E non ho mai cambiato idea: le riforme con ricadute dirette o indirette sugli equilibri costituzionali devono essere condivise, e non attuate unilateralmente da una parte politica (se è destra o sinistra poco importa) contro l’altra. Per questo votai No nel referendum di Renzi ed ho votato No anche nel referendum della Meloni sulla giustizia. La nostra legge elettorale è una «porcata», parlando con rispetto. La giustizia non funziona. Il Parlamento è stato di fatto esautorato da interessi esterni alle normali dinamiche democratiche. I poteri del governo sono inadeguati rispetto alla drammaticità dei problemi da affrontare, e spesso cono influenzati da commissari “irresponsabili”. E potrei continuare. Le riforme istituzionali sono più che indispensabili per garantire la sopravvivenza del nostro sstema democratico a e il suo regolare funzionamento. Ma vanno attuate in un insieme, non per pezzi; all’interno di un quadro generale in cui siano ridefiniti contestualmente poteri e contropoteri di garanzia. Un’operazione del genere, a mio avviso, può essere attuata solo attraverso un’Assemblea costituente eletta direttamente dal popolo con criteri proporzionali e un mandato (esplicito e a tempo) per modificare la Costituzione nelle parti in cui è necessario cambiarla. Ti sembra un concetto così astruso, in un Paese che nel corso della sua storia unitaria ha conosciuto guerre e guerre civili nelle forme più disparate? A me sembra solo buon senso.

RIFORME ISTITUZIONALI CONDIVISE. MA E’ UN CONCETTO COSI’ ASTRUSO NEL PAESE DELLE GUERRE CIVILI? Leggi tutto »

MELONI NON HA IMPARATO LA LEZIONE: VUOLE UN REGIME CHANGE

«Meloni va avanti, il primo obiettivo è la legge elettorale» (Corriere.it) Non ha imparato la lezione, evidentemente. E conferma, se ce ne fosse ancora bisogno, che gli «aspetti tecnici» della riforma della giustizia erano in realtà soltanto il grimaldello per un regime change, come si dice oggi: giustizia, legge elettorale, premierato, presidenzialismo… Una riforma costituzionale sistemica decisa unilateralmente da una parte contro l’altra parte. Lo avevano capito tutti, tranne i cosiddetti “riformisti“ del centro-sinistra per il SI.

MELONI NON HA IMPARATO LA LEZIONE: VUOLE UN REGIME CHANGE Leggi tutto »

IL BUSTO DI VITTORIO EMANUELE II E LA MASCHERA MORTUARIA DI CAVOUR

Il Museo del Risorgimento di Torino è una mia meta fissa. Ci vado ogni volta che torno nella “mia” città, e mi capita spesso di fermarmi a riflettere davanti allo studiolo di Cavour. E’ interessante la disposizione degli “oggetti”. Il suo scrittoio, la sua piccola libreria, la sua statua. E fin qui, nulla di strano. Quello che mi colpisce, invece, è perché abbiano sistemato in primo piano la sua maschera mortuaria e, sullo sfondo, il busto del suo acerrimo nemico Vittorio Emanuele II. Il Re lo odiava al punto da desiderarne, a volte, anche la morte. Non c’è alcun cartello che ne spieghi il contesto. E bisogna affidarsi esclusivamente al linguaggio della simbologia risorgimentale. Che però è ricco di doppi sensi contraddittori non sempre accessibili ai profani.  

IL BUSTO DI VITTORIO EMANUELE II E LA MASCHERA MORTUARIA DI CAVOUR Leggi tutto »

«PATRIOTTISMO COSTITUZIONALE»

E’ rassicurate sapere che -nel Paese che ha conosciuto dittatura fascista, guerra civile, golpismo e stragismo neofascisti, golpismo liberale, terrorismo di sinistra e terrorismo criminale- esiste un «patriottismo costituzionale». Trasversale e maggioritario. Nonostante tutto e per fortuna, la storia, non le ideologie, determina gli orientamenti dell’opinione pubblica.

«PATRIOTTISMO COSTITUZIONALE» Leggi tutto »

NO ALLA RIFORMA NORDIO-MELONI, SI ALL’ASSEMBLEA COSTITUENTE

Buon giorno. Siamo turbati, io e mio marito, per il clamore che viene dato alla espressione di voto per il Si dell’avvocato Giovanni Pellegrino Lei cosa ne pensa? Maria Rosa Murgia, Lecce     Cara Maria Rosa, Il mio amico Pellegrino ha molti buoni motivi per votare Si. Io però, pur condividendo il suo giudizio sul funzionamento della giustizia italiana, voterò No. Come feci a suo tempo nel referendum di Renzi. E ne ho più volte spiegato le ragioni. Le riforme sistemiche, con implicazioni su delicati equilibri costituzionali, devono essere necessariamente condivise, non possono dipendere dagli umori dei governi e delle maggioranze parlamentari di turno. Devono essere realizzate per durare una fase storica, non il lasso di tempo di una legislatura. E soprattutto devono essere varate nel quadro di un più generale riequilibrio fra i poteri dello Stato, con pesi e contrappesi. Che la nostra Costituzione abbia bisogno di qualche ritocco, è indubbio. Venne pensata, dopo il secondo conflitto bellico, per impedire un ritorno al fascismo. Ma anche per evitare che nell’era della cortina di ferro lo scontro politico-ideologico tra comunismo e anticomunismo degenerasse in una guerra civile. Chiusa quella fase con la caduta del Muro, nell’autunno 1989, avremmo dovuto aprirne un’altra completamente nuova, affidando a un’Assemblea costituente (eletta direttamente dal popolo con criteri rigorosamente proporzionali) il mandato di riscrivere le regole di una Seconda Repubblica. Ma le classi dirigenti sopravvissute alla distruzione (per via giudiziaria) delle culture politiche del Novecento purtroppo non erano all’altezza della situazione. Abbiamo perso quasi quarant’anni. E le cose nel frattempo sono ulteriormente peggiorate. Cara Maria Rosa, oggi la nostra vera emergenza nazionale è capire come selezionare classi dirigenti di qualità.  

NO ALLA RIFORMA NORDIO-MELONI, SI ALL’ASSEMBLEA COSTITUENTE Leggi tutto »