Uncategorized

IL CARTEGGIO CHURCHILL-MUSSOLINI E LA “PISTOLA FUMANTE”

    Molti amici e lettori mi hanno scritto: «Giovanni, hai visto la trasmissione di Giletti su Rai 3, che ne pensi? Esiste il famoso carteggio Churchill-Mussolini? E vero che furono gli inglesi a uccidere il Duce? Che cosa avete trovato tu e Cereghino a Kew Gardens?»   Cari amici, non voglio commentare Giletti. Rispondo invece alle vostre domande sul Carteggio e sulla fine del Duce, argomenti che eccitano la fantasia di giornalisti e ricercatori da quasi 80 anni. Esiste un Carteggio? Forse si, forse no, chi lo sa. Cereghino ed io abbiamo dragato Kew Gardens ed altri archivi britannici: non c’è. Abbiamo trovato invece tanto altro materiale (documenti provenienti da fonti primarie) che consente di ricostruire su basi meno precarie i rapporti tra Mussolini e l’establishment conservatore inglese a partire dal 1917. Furono i Servizi inglesi a uccidere Mussolini? Non c’è una pistola fumante, per così dire. Di sicuro, c’era una propensione britannica (in contrasto con gli orientamenti americani) a eliminare il Duce senza un pubblico processo. Quando i partigiani lo giustiziarono, a Londra molti tirarono un sospiro di sollievo. Comprensibile. D’altra parte, un profetico George Orwell lo aveva già scritto dopo il 25 luglio 1943, a proposito di un ipotetico processo al Duce a guerra conclusa: che diritto avrebbe avuto Winston Churchill di portare alla sbarra il capo del fascismo, dal momento che, a parte la dichiarazione di guerra alla Gran Bretagna, tutti i precedenti atti di politica estera di Mussolini erano stati approvati dai conservatori inglesi? Meglio evitare l’imbarazzo di un pubblico processo, aveva ironizzato Orwell, e lasciare direttamente agli italiani la soluzione del problema. (George Orwell)

IL CARTEGGIO CHURCHILL-MUSSOLINI E LA “PISTOLA FUMANTE” Leggi tutto »

«PERCHE’ FESTEGGIAMO LA NASCITA DELLA REPUBBLICA, MA NON L’UNITA’ D’ITALIA?»

  Enzo Biassoni mi scrive a proposito del mio post dello scorso 2 giugno («I NOSTRI PRIMI 80 ANNI E IL PATRIMONIO DEL 2 GIUGNO»): «Tutto giusto, ma la macchia di non festeggiare l’Unità d’Italia rappresenta una vergogna ed un’offesa al Risorgimento.  Sembra che l’Italia sia nata con la Repubblica»  Caro Enzo, l’Italia è nata e rinata più volte nel corso della sua storia unitaria. Nacque durante il Risorgimento. Rinacque con l’affermazione del fascismo, dopo la crisi dell’età liberale. Rinacque il 25 aprile ’45 e il 2 giugno ’46, dopo la fine della seconda guerra mondiale. E stiamo ancora aspettando che rinasca dopo la fine della guerra fredda e la caduta della Prima repubblica, ormai più di 30 anni fa. Dobbiamo ricordare. Ma non sempre possiamo festeggiare, come si può facilmente intuire. Lei ha ragione, coglie una contraddizione abbastanza evidente: la nascita dell’Unità d’Italia, l’inizio di ogni cosa, non è celebrata con la stessa intensità e partecipazione emotiva del 25 aprile o del 2 giugno. Perché? Me lo sono domandato anch’io. Ma non so se la conclusione a cui sono giunto abbia un qualche fondamento. In ogni caso, voglio condividerla con lei e con chi ha la pazienza di leggerci.  Nel 1912 il liberale Giovanni Giolitti, con De Gasperi il più grande statista del Novecento, raccomandava «molta prudenza nell’aprire gli archivi del nostro Risorgimento», perché «non è bene sfatare leggende che sono belle». Voleva dire che le basi unitarie erano così fragili che sarebbe stato meglio non stuzzicare nervi sensibilissimi. E’ passato più di un secolo da allora, quel monito ha ancora un senso? Si e no. Non può valere ovviamente per gli studiosi. Ma sul piano politico, la faccenda è piuttosto complicata. Dalla fine del secondo conflitto, la Penisola è stata sul punto di disintegrarsi per bene due volte. Subito dopo il 25 aprile 1945, quando inglesi, francesi, jugoslavi e austriaci provarono -per fortuna senza riuscirci- a smembrare il nostro Paese in tre, quattro aree di influenza.  E poi nel 1992-’93, nell’Italia delle autobombe e della crisi finanziaria: in piena sintonia con le mafie scissioniste, la Lega di Umberto Bossi dichiarò lo sciopero dei Bot. Fu un insuccesso, per fortuna. Ma se fosse riuscito, lo Stato non avrebbe più potuto far fronte ai propri impegni, a cominciare dal pagamento di stipendi e pensioni, avrebbe dichiarato fallimento e con ogni probabilità saremmo tornati a una situazione molto simile a quella pre-unitaria. Oggi non ce lo ricordiamo più, del resto la “politica della memoria” non è mai stata il nostro forte. Ricordo le diatribe parlamentari che precedettero la decisione di istituire una giornata della memoria delle vittime del terrorismo. La sinistra preferiva il 12 dicembre, la data della strage («fascista») di Piazza Fontana; la destra invece indicava il 9 maggio, la data dell’assassinio (per mano «comunista») di Aldo Moro. Proviamo a immaginare che cosa accadrebbe se dovessimo scegliere la data in cui festeggiare l’Unità d’Italia.  L’11 maggio, il giorno in cui nel 1860 Garibaldi sbarcò a Marsala? Insorgerebbero i neoborbonici, che al Sud hanno ancora un certo seguito.  Il 17 marzo, il giorno in cui nel 1861 Vittorio Emanuele II venne proclamato Re d’Italia? Insorgerebbero i repubblicani. Il 6 giugno, il giorno in cui morì Camillo Benso di Cavour? Per me questa sarebbe la data più giusta. Ma prima bisognerebbe spiegare agli italiani come e perché, il 6 giugno del 1861, neppure tre mesi dopo la proclamazione del Regno e alla giovane età di 50 anni, morì il vero, grande artefice del nostro processo unitario. Meglio che se ne occupino gli studiosi. La politica, ancora per un po’, si attenga al monito di Giolitti. 

«PERCHE’ FESTEGGIAMO LA NASCITA DELLA REPUBBLICA, MA NON L’UNITA’ D’ITALIA?» Leggi tutto »

IL FESTIVAL LETTERARIO DI SALERNO, L’ESCLUSIONE DI ERRI DE LUCA E LA «DOMANDA GIUSTA»

    Caro Giovanni, ho letto il tuo post dello scorso 27 maggio su Erri De Luca e il sionismo. Lo condivido. Ma adesso mi piacerebbe conoscere la tua opinione sull’esclusione dello scrittore napoletano dal Festival della letteratura di Salerno. Antonio Meola, Salerno Caro Antonio, le opinioni politiche di Erri De Luca non le ho mai condivise, sin dai tempi di Lotta Continua. Ma lo scrittore mi piace, ho letto tutti i suoi libri e continuerò a farlo. E se lo chiamano a una rassegna letteraria, se posso, vado a sentirlo. Quelli di Salerno, dopo averlo invitato pur conoscendo da tempo le sue opinioni, di fronte al clamore suscitato dalla sua famosa intervista a un giornale israeliano, hanno deciso di escluderlo per paura di nuove polemiche. Che tristezza! Ma che cosa sono le rassegne letterarie: un luogo della libera discussione pubblica o l’agorà del conformismo politico-culturale? Dovremmo porci una «domanda giusta», caro Antonio.

IL FESTIVAL LETTERARIO DI SALERNO, L’ESCLUSIONE DI ERRI DE LUCA E LA «DOMANDA GIUSTA» Leggi tutto »

IL CAPOLAVORO DEL 2 GIUGNO 1946

  Mi scrive Andy Indie De Angels, a proposito del mio post di ieri sul piano anglo-francese e jugoslavo di smembramento territoriale dell’Italia («I NOSTRI PRIMI 80 ANNI E IL PATRIMONIO DEL 2 GIUGNO»): «Cioè? Mi vuole dire che se avesse vinto la monarchia quel piano avrebbe avuto successo?!» Gentile Andy Indie De Angels, voglio dire che se non ci fosse stato il passaggio del 2 giugno 1946, con il doppio appuntamento referendum istituzionale-Assemblea costituente, l’Italia sarebbe annegata nel «lago di sangue» della guerra civile. Il 25 aprile1945 finì la guerra, ma non arrivò ancora la pace. Monarchici e reduci di Salò si stavano già riorganizzando in bande paramilitari per combattere altre battaglie: quelle per la propria sopravvivenza e contro il comunismo. Sul fronte opposto, i gruppi partigiani ostili a Togliatti non deposero le armi ed erano anzi pronti a usarle di nuovo per impedire una restaurazione fascista e completare l’opera con la rivoluzione comunista. E poi c’erano gli interessi esterni che gettavano benzina sul fuoco per trarre vantaggi dal caos. Vantaggi territoriali i francesi e gli jugoslavi, rispettivamente a Nord-Ovest e a Nord-Est. Vantaggi strategici gli inglesi, nel Centro-Sud e nelle isole mediterranee. In più, gli inglesi puntavano sul «lago di sangue» per prolungare a tempo indeterminato l’occupazione militare della Penisola. Il quadro era drammatico. E il 2 giugno fu un capolavoro di moderazione politica e di intelligenza strategica che evitò il peggio. Non fu un caso se quel giorno gli italiani furono chiamati a votare contemporaneamente nel referendum istituzionale e per l’elezione dell’Assemblea costituente. Affidando direttamente al voto popolare la scelta sulla forma dello Stato, fu disinnescata la carica esplosiva dello scontro monarchia-repubblica. E nel contempo, eleggendo un’Assemblea costituente con l’incarico di approvare entro breve tempo una Costituzione democratica, si creò una rete protettiva contro ogni tipo di avventura. — Per chi vuole approfondire: nel libro “La maledizione italiana. La guerra di Churchill contro De Gasperi, le trame per il controllo del Medio Oriente e del Canale di Suez, la lunga storia di una ribellione stroncata” (Fuoriscena), Mario José Cereghino ed io abbiamo ricostruito, sulla base di fonti primarie britanniche, la fase di passaggio dalla guerra alla pace, dal fascismo al post-fascismo, dalla monarchia alla repubblica.

IL CAPOLAVORO DEL 2 GIUGNO 1946 Leggi tutto »

I NOSTRI PRIMI 80 ANNI E IL PATRIMONIO DEL 2 GIUGNO

  Il 2 giugno 1946, con la vittoria della Repubblica nel referendum istituzionale e l’elezione dell’Assemblea costituente, furono sconfitti i piani anglo-francesi e jugoslavi di smembramento territoriale del nostro Paese. Quel giorno, le forze della Resistenza, che di lì a meno di due anni avrebbero firmato il patto costituzionale, si imposero anche come soggetti politici: la spina dorsale delle future classi dirigenti italiane. Su quelle premesse si costruì il post-fascismo, realizzando l’incredibile paradosso di una nazione che aveva perso la guerra ma riuscì a vincere la pace. Non fu indolore. E non sarebbe stata una passeggiata neppure dopo, quando nei decenni successivi si trattò di difendere il patrimonio del 2 giugno. Abbiamo più di un motivo per festeggiare i nostri primi 80 anni. E per ricordare al tempo stesso che nulla è acquisito per sempre.

I NOSTRI PRIMI 80 ANNI E IL PATRIMONIO DEL 2 GIUGNO Leggi tutto »

AUGURI, BOMBA O NON BOMBA!

  Gli 80 anni della Repubblica. Dai 60 chili di tritolo contro il secondo governo Bonomi, per impedire l’avvio del processo costituente, ai 30 cavalli in fuga sulla Cristoforo Colombo, spaventati dai fuochi d’artificio accesi da un vigile urbano che aveva litigato con la moglie, alla vigilia della parata del 2 giugno… Tanti auguri a noi: bomba o non bomba, arriveremo a Roma?  

AUGURI, BOMBA O NON BOMBA! Leggi tutto »

CHE FINE HANNO FATTO GLI ARSENALI DELLA GUERRA FREDDA CULTURALE?

  “La guerra fredda culturale. Come la Cia ha influenzato l’immaginario europeo», di Frances Stonor Saunders (Fazi editore, 22 Euro). Nelle librerie dal 26 maggio. — Alcuni brani tratti dalla mia prefazione: «(…) Qualcuno, a ragione, ha definito questo libro la prima cronaca del complotto più misterioso e meno raccontato della storia. Quel complotto aveva il nome in codice di “packet”. Ed era il programma segreto di guerra psicologica della cia, varato con grande dispiegamento di mezzi e forze per «vincere senza combattere la terza guerra mondiale»: lo scontro con un nemico brutale all’interno dei propri confini, subdolo e insinuante all’esterno, capace di utilizzare con la stessa disinvoltura i carri armati e la propaganda più raffinata (occorrerebbe un libro analogo a quello della Saunders per documentare la guerra fredda culturale del kgb). «(…) L’argomento è molto delicato. Anzi, diciamo pure scabroso. Tocca aspetti poco noti, sommersi e persino occulti della nostra storia recente. Sono in gioco molti dei nomi più altisonanti del Novecento, cervelli promossi dal servizio segreto americano per contrastare l’influenza comunista: scrittori e filosofi, scienziati e storici, registi e direttori d’orchestra, attori e critici d’arte, editori e giornalisti che si misero sì al servizio di una causa nobile, ma accettando spesso di “dimezzare” la propria intelligenza. Si può dunque comprendere l’imbarazzo con il quale il libro fu accolto da gran parte della stampa italiana, quando venne pubblicato per la prima volta in Inghilterra nel 1999 e, l’anno dopo, negli Stati Uniti. Ci fu chi lo ignorò. E chi, non potendolo ignorare, ne disinnescò il potenziale esplosivo accusandolo di puritanesimo. Da noi capita che siano proprio intellettuali e giornalisti a far scattare meccanismi di rigetto, ogni volta che si tocca un nervo scoperto del nostro recente passato, e in particolare quando quel nervo è il rapporto tra intelligence e intellighenzia. Succede da alcuni decenni, da quando a metà degli anni Sessanta il «New York Times» pubblicò le prime rivelazioni sui finanziamenti del servizio segreto americano ad alcune prestigiose riviste letterarie europee. «Dicerie», «porcate dietrologiche», «fantasie complottarde», «fantapolitica»… (…) Ma come veniva selezionato il personale indigeno? Il requisito fondamentale era che fossero uomini e donne di qualità, ideologi-intellettuali capaci di «manipolare le questioni dottrinali» e quindi di «formare, o almeno predisporre, atteggiamenti e opinioni di quelli che, di volta in volta, sono destinati a fungere da leader dell’opinione pubblica». Il resto avveniva attraverso il mecenatismo dei salotti culturali e delle fondazioni. Aprendo le riviste o le gallerie d’arte a giovani talenti in cerca di notorietà. Istituendo cattedre sovvenzionate. Offrendo direzioni di orchestre… In questo modo, venivano reclutati gli opinion leaders nei vari campi del sapere. E da loro, il «Comitato americano» pretendeva soltanto che, «per propria ragione e convincimento», fossero persuasi che qualsiasi cosa fatta dal governo USA fosse la cosa giusta. E che, ovviamente, lo dicessero al mondo. «(…) [L’autore di questa prefazione], dunque, non è certo in pena per la sconfitta storica del comunismo. Il problema, per tornare alla domanda iniziale, riguarda piuttosto il modo in cui è stata combattuta la guerra, non l’esito finale. (…) Gli strateghi di “packet” hanno prodotto nei laboratori della guerra psicologica le idee che dovevamo professare e persino le emozioni che dovevamo sentire. E poi le hanno diffuse attraverso il cinema e la letteratura, la pittura e la musica, i giornali e la televisione. In questo modo hanno imposto dei gusti, dettato delle mode, condizionato il corso della politica e influenzato gli esiti elettorali. Tutto a fin di bene, per carità. In fondo, per parafrasare una celebre battuta di Altan, ci hanno messo in testa delle idee che condividiamo. Ma perché, a guerra fredda ormai conclusa, sconfitto il nemico, continuano a non raccontarci anche l’altra metà della storia? Ci vogliono dire, per esempio, se quelle “armi psicologiche” vennero distrutte o se, invece, sono ancora attive? E se possiamo fidarci delle notizie e dei commenti che leggiamo sui giornali, delle immagini che vediamo al cinema e in tv, dei confronti arroventati dei talk televisivi, del profluvio di informazioni allo stato brado che passano nella rete? La sensazione, purtroppo, è che quegli arsenali non solo non siano stati smantellati, ma alimentino tuttora le guerre psicologiche e di propaganda che accompagnano quelle combattute sul terreno. Contribuendo a creare un format della discussione pubblica in cui l’informazione, l’analisi e i ragionamenti sui grandi, drammatici eventi della modernità vengono relegati sempre più sullo sfondo, mentre in primo piano si affermano le “opinioni armate”. Che non ammettono dubbi, annullano la complessità dei problemi e ne impediscono la comprensione. Il fatto che il libro di Frances Stonor Saunders torni in circolazione è sicuramente un buon segno. In un panorama deprimente, mantiene viva almeno la speranza che si possa trovare qualche buon antidoto contro la militarizzazione del pensiero.»

CHE FINE HANNO FATTO GLI ARSENALI DELLA GUERRA FREDDA CULTURALE? Leggi tutto »

«MEZZE VERITA’» CONTRO «MENZOGNE», LA CIA E LA GUERRA FREDDA CULTURALE

  Il 26 maggio torna in libreria in una nuova edizione “La guerra fredda culturale. Come la CIA ha influenzato l’immaginario europeo”, della storica e giornalista inglese Frances Stonor Saunders. «Un libro straordinario» (Ian McEwan), tradotto in oltre venti lingue, che ha svelato il ruolo della CIA nella produzione culturale occidentale durante il secondo dopoguerra. Sono grato alla Saunders e alla Fazi Editore, che lo ripropone ai lettori italiani, per avermi concesso il privilegio di scrivere la prefazione. Il libro racconta come l’Occidente ha combattuto con le «mezze verità» della propria propaganda le «menzogne» di quella sovietica. Un’opera preziosa per capire un aspetto fondamentale e poco noto della guerra fredda. Ma è ancora più necessaria oggi per orientarsi nei meandri dell’informazione militarizzata.     «Un libro straordinario» (Ian McEwan) «Una grande opera di indagine storica» (Edward W. Said) «Un contributo di enorme importanza alla comprensione della storia del secondo dopoguerra» (The Wall Street Journal) «Un libro cruciale sui pericoli, i compromessi e le manipolazioni di un’epoca intera» (The Times) «Il resoconto più completo dell’attività della Cia fra il 1947 e il 1967» (The New York Times) «Una poderosa e inconfutabile ricostruzione dei rapporti, durante la guerra fredda, tra la Cia e l’intellighenzia anticomunista dell’Europa occidentale» (Dalla prefazione di Giovanni Fasanella)    

«MEZZE VERITA’» CONTRO «MENZOGNE», LA CIA E LA GUERRA FREDDA CULTURALE Leggi tutto »

#ChecosasonoleBr. GLI ANNI DI PIOMBO, UNA FERITA CHE NON SI RIMARGINA. ROMA, lunedì 18 maggio, alla Mondadori della Galleria “Alberto Sordi”, ore 18

ROMA, lunedì 18 maggio, alla Mondadori della Galleria “Alberto Sordi”, ore 18 Parleremo della storia di un libro e di un documentario ad esso liberamente ispirato, “Il sol dell’avvenire”, che continuano a suscitare sentimenti forti e contrastanti.  Con me, intervengono Michele ANSELMI, critico cinematografico Gianfranco PANNONE, regista de “Il sol dell’avvenire” LA MEMORIA E IL PRINCIPIO DI MERA CONVENIENZA Dall’incipit della nuova postfazione di “Che cosa sono le Br”* (firmata da Mario José Cereghino e da Giovanni Fasanella): «(…) Nella guerra della memoria divampata dopo l’assassinio di Aldo Moro, quelle due scuole di pensiero si sono radicalizzate a tal punto da trasformarsi in dogmi resistenti persino alle tempeste documentali. Da qui l’idea di pubblicare Che cosa sono le Br, un libro pensato e scritto con il disegno di connettere gli opposti, facendo così emergere un filo conduttore dall’esperienza diretta di uno dei protagonisti degli anni di piombo, Alberto Franceschini.  Non fu un caso, dunque, che all’uscita del volume con Rizzoli, nel 2004, i lettori abbiano apprezzato il pragmatismo dell’iniziativa. Quelli meno ideologizzati, se non altro. Perché non tutti si avvicinarono al testo senza pregiudizi. In certi ambienti politico-istituzionali, il libro venne aperto in due con un taglio netto, come una mela. E a seconda dei punti di vista, ognuno prese la metà che più gli faceva comodo, finendo quindi per respingere l’altra metà con palese insofferenza. (…)» —- IL RIFLESSO CONDIZIONATO E LA SINDROME DA STRESS POST-TRAUMATICO Dal «Diario tragicomico di un film politicamente scorretto»*, la ricostruzione (firmata da Giovanni Fasanella e Gianfranco Pannone) sulla storia de “Il sol dell’avvenire”, prima delle riprese, durante e dopo: «Questo é innanzitutto il diario di un lungo ostracismo contro un film ritenuto “politicamente scorretto”. Certo, sapevamo che era un’operazione a rischio, come tutte le operazioni che affrontano per la prima volta temi a lungo rimossi. Ma chi poteva immaginare che saremmo stati costretti a difenderci ancor prima che il film uscisse nelle sale?  E’ bastato un semplice annuncio del tema trattato perché contro “Il sol dell’avvenire” si scatenasse una vera e propria guerra preventiva, combattuta dai nostri nemici a volte in modo subdolo e silenzioso, a volte in modo assordante e in campo aperto. Un ministro della Repubblica, politici di destra e di sinistra, (alcuni) familiari di vittime del terrorismo, giornalisti e intellettuali sono scattati contro il film prima ancora di averlo visto. Come mossi da un riflesso condizionato, pretendendo di avere una sorta di esclusiva sul dolore, sul diritto all’indignazione e sulla corretta interpretazione stoprica. (…)» *La riedizione di “Che cosa sono le Br”, aggiornata e arricchita, è uscita lo scoro 27 aprile nelle librerie con Fuoriscena e nelle edicole con il Corriere della Sera. * “Diario tragicomico di un film politicamente scorretto”, è uscito da Chiarelettere, allegato al Dvd del film, nel 2009

#ChecosasonoleBr. GLI ANNI DI PIOMBO, UNA FERITA CHE NON SI RIMARGINA. ROMA, lunedì 18 maggio, alla Mondadori della Galleria “Alberto Sordi”, ore 18 Leggi tutto »

#ChecosasonoleBr, «IL LIBRO NON OFFRE UNA VERITA’ DEFINITIVA. OFFRE QUALCOSA DI PIU’ UTILE: UN METODO»

Dal QuotidianoNazionale (Nazione-Resto del Carlino-Giorno) una recensione di “Che cosa sono le Br” firmata dal condirettore Angelo Raffaele Marmo: Pubblicare il 9 maggio una recensione di ‘Che cosa sono le Br’ significa leggerlo anche alla luce del corpo di Aldo Moro ritrovato in via Caetaniquarantotto anni fa. Non perché il libro di Giovanni Fasanella e Alberto Franceschini sia soltanto sul sequestro e sull’assassinio del presidente della Dc. La sua forza sta nel ricostruire la lunga genealogia delle Brigate rosse: il terreno politico, culturale e umano in cui la lotta armata prese forma, e le zone d’ombra che ne accompagnarono la trasformazione. Proprio quella traiettoria, però, conduce al caso Moro come punto di massima condensazione della tragedia italiana. La nuova edizione per Fuoriscena non è una semplice ristampa del saggio uscito nel 2004 per Rizzoli. Conserva l’asse portante del libro-intervista, il confronto serrato tra Fasanella e Franceschini, fondatore delle Br scomparso l’11 aprile 2025, ma lo inserisce in una cornice più ampia. L’introduzione Franceschini, Torino e io, racconta gli anni nei quali contestazione, militanza e tentazione della violenza si confondevano dentro una stessa atmosfera generazionale. Il promemoria finale sul “contesto fattuale” del caso Moro, firmato da Mario José Cereghino e Giovanni Fasanella, dà invece al volume il suo supplemento di attualità: non chiude la vicenda, ma riapre il perimetro delle domande. Il cuore resta l’intervista. È qui che il libro evita sia il memoriale autoassolutorio sia la requisitoria postuma. Fasanella non lascia Franceschini nel ruolo comodo del testimone. Lo incalza, lo porta sulle contraddizioni, lo costringe a misurarsi con nomi, date, passaggi oscuri, responsabilità. Franceschini non parla da innocente di una storia travisata: parla da uomo interno alla nascita delle Br, e proprio per questo capace di mostrare il salto che separa le Br originarie dalla macchina politico-militare che arriverà al rapimento Moro. La tesi più interessante è anche la più scomoda. Le Brigate rosse non furono un corpo estraneo calato dall’esterno nella storia repubblicana e della sinistra italiana, ma neanche possono essere spiegate solo come esito lineare della radicalizzazione di una quota minoritaria della sinistra. Fasanella e Franceschini tengono insieme ciò che il dibattito pubblico ha spesso separato: la matrice di sinistra, le fabbriche, i gruppi extraparlamentari, il rapporto difficile e di conflitto con il Pci, ma anche le reti internazionali, la pista francese, Hyperion, Corrado Simioni, il passaggio verso Mario Moretti.Così il caso Moro non appare come un episodio isolato, ma come il punto in cui ideologia, apparati, geopolitica e fragilità dello Stato si toccano. Moro non è soltanto la vittima più alta delle Br. È l’uomo politico che stava tentando di governare la transizione più delicata della Repubblica: l’ingresso del Pci nell’area della responsabilità nazionale, il superamento controllato della guerra fredda interna, la possibilità di una democrazia italiana meno bloccata. La sua morte non spezzò solo una vita e una famiglia politica. Interruppe una traiettoria. Per questo ogni libro serio sulle Br diventa anche un libro sulla debolezza dello Stato italiano davanti alla prova più estrema. Il merito della nuova edizione è di non trasformare il mistero in feticcio. Non tutto è complotto, non tutto è eterodirezione, non tutto è riducibile a doppio Stato. Ma non tutto è neppure contenuto nella verità giudiziaria. La responsabilità diretta dei brigatisti  resta intatta, ma può essere messa in relazione con il contesto più largo senza essere attenuata. Comprendere non significa assolvere; allargare il quadro non significa cancellare gli assassini. Il 9 maggio il libro assume così un valore particolare. Ricorda che gli anni di piombo non sono soltanto memoria pubblica, cerimonia civile, deposizione di corone. Sono ancora una domanda sulla qualità della nostra democrazia e sulla capacità delle istituzioni di difendere se stesse senza mentire a se stesse. Fasanella con Franceschini non offre una verità definitiva. Offre qualcosa di forse più utile: un metodo. Tornare ai fatti, interrogare i protagonisti, collegare i frammenti, respingere i dogmi opposti. È per questo che questa nuova edizione arriva nel tempo in cui una memoria nazionale adulta dovrebbe guardare Moro, le Br e la Repubblica senza rimozioni e senza indulgenze.

#ChecosasonoleBr, «IL LIBRO NON OFFRE UNA VERITA’ DEFINITIVA. OFFRE QUALCOSA DI PIU’ UTILE: UN METODO» Leggi tutto »