Chi sono

Sono nato a San Fele (Potenza) il 27 marzo 1954, e lì ho trascorso la mia adolescenza. La mia giovinezza, invece, l’ho vissuta a Torino, dove sono emigrato nel settembre del 1968. Negli anni torinesi (sedici) sono sbocciate alcune delle passioni più forti della mia vita, tra cui la politica e il giornalismo. Nel 1975 ho iniziato a lavorare nella redazione dell’Unità. Ho spaziato in tutti i settori della cronaca: nera, bianca, giudiziaria. Ma l’esperienza professionale e umana più intensa l’ho vissuta durante gli “anni di piombo”. Non ho mai cancellato dalla memoria le drammatiche istantanee di quel periodo: i bruciati vivi, i gambizzati, i morti ammazzati.  Perché tutto quel sangue? Capirlo e poterlo raccontare, per me, non era solo una promessa professionale: era anche, per così dire, un’esigenza terapeutica.
Nel 1984 mi sono trasferito a Roma, nella redazione nazionale, con l’incarico di resocontista parlamentare e notista politico. Erano gli anni in cui l’assassinio di Aldo Moro proiettava ombre sulla politica italiana, sprigionando tossine in un sistema che, eliminato dalla scena lo statista democristiano, cominciava a scricchiolare. Le prime commissioni d’indagine di Camera e Senato s’intersecavano con le inchieste giudiziarie sul cosiddetto «doppiofondo melmoso» della Repubblica, secondo la definizione di Luciano Violante: quell’intreccio, cioè, di complicità tra poteri occulti, apparati infedeli, grande malavita organizzata e terrorismo che nel secondo dopoguerra aveva corroso il tessuto democratico del Paese. 
Alcune relazioni strette durante i miei primi anni a Roma sono state per me molto preziose. In particolare quelle con Violante, l’ex magistrato torinese che nella prima metà dei Settanta aveva indagato sul “golpe bianco” di Edgardo Sogno; il senatore comunista Sergio Flamigni, infaticabile segugio delle commissioni d’inchiesta su caso Moro e P2; e l’allora presidente dell’assemblea di Palazzo Madama, Francesco Cossiga, tormentato ex ministro dell’Interno all’epoca del sequestro e dell’assassinio del presidente democristiano. Mi hanno aiutato a capire, sia pure da punti di vista diversi e persino opposti, il legame fra il terrorismo e la politica del nostro Paese. E che gli anni di piombo non erano soltanto quelli della violenza selettiva delle Brigate Rosse e della guerriglia urbana del Partito armato, che un filo legava strettamente l’esperienza del terrorismo rosso con la fase dello stragismo neofascista degli anni precedenti, e che il tutto  non era attribuibile soltanto a impennate di fanatismo ideologico, ma era maturato dentro un contesto: la cosiddetta “strategia della tensione”.  
Dopo quattro anni, ho lasciato L’Unità e nel gennaio del 1988 sono passato a Panorama, il settimanale della Mondadori, di cui sono stato cronista parlamentare e per un certo periodo anche quirinalista. Ho vissuto con particolare intensità la fase finale del settennato presidenziale di Francesco Cossiga, quella delle “picconate” che dopo la caduta del Muro di Berlino preannunciavano anche il crollo della Prima Repubblica. In quegli anni, è stato molto importante prima il mio rapporto con il senatore Giovanni Pellegrino, presidente della cosiddetta Commissione Stragi, e poi con il giudice Rosario Priore, il magistrato che si è occupato di molte delle inchieste di grande terrorismo, interno e internazionale, e aree di contiguità: dall’Autonomia Operaia al caso Moro, dal terrorismo palestinese alla strage di Ustica, fino all’attentato a papa Giovanni Paolo II.
Nel 2013 mi sono dimesso da Panorama e ho smesso scrivere per i giornali. Da allora mi occupo esclusivamente, insieme a Mario José Cereghino, di ricerca d’archivio sugli aspetti più controversi, meno noti o taciuti della storia italiana. La storia «indicibile», secondo la definizione di Pellegrino, l’uomo che forse meglio di chiunque altro ha indagato sul caso Moro e sull’Italia delle stragi. Indicibile perché imbarazzante per le innumerevoli complicità interne e internazionali su cui ha potuto contare il terrorismo, rosso e nero.
Mario ed io scandagliamo in particolare l’archivio di Stato britannico di Kew Gardens. Perché proprio quello? Perché l’Inghilterra ha sempre avuto un’influenza diretta sulla Penisola in tutte le fasi della nostra vicenda unitaria, dal Risorgimento ad oggi. Alla fine della Seconda guerra, nella conferenza di Jalta, le venne addirittura riconosciuto dalle altre potenze vincitrici (Usa e Urss) una sorta di diritto di supervisione sulla politica del nostro Paese. Un diritto che ha esercitato (non in modo esclusivo, naturalmente) attraverso il suo soft power e pianificando all’occorrenza anche azioni clandestine illegali.