CHE FINE HANNO FATTO GLI ARSENALI DELLA GUERRA FREDDA CULTURALE?

 

“La guerra fredda culturale. Come la Cia ha influenzato l’immaginario europeo», di Frances Stonor Saunders (Fazi editore, 22 Euro). Nelle librerie dal 26 maggio.

Alcuni brani tratti dalla mia prefazione:

«(…) Qualcuno, a ragione, ha definito questo libro la prima cronaca del complotto più misterioso e meno raccontato della storia. Quel complotto aveva il nome in codice di “packet”. Ed era il programma segreto di guerra psicologica della cia, varato con grande dispiegamento di mezzi e forze per «vincere senza combattere la terza guerra mondiale»: lo scontro con un nemico brutale all’interno dei propri confini, subdolo e insinuante all’esterno, capace di utilizzare con la stessa disinvoltura i carri armati e la propaganda più raffinata (occorrerebbe un libro analogo a quello della Saunders per documentare la guerra fredda culturale del kgb).

«(…) L’argomento è molto delicato. Anzi, diciamo pure scabroso. Tocca aspetti poco noti, sommersi e persino occulti della nostra storia recente. Sono in gioco molti dei nomi più altisonanti del Novecento, cervelli promossi dal servizio segreto americano per contrastare l’influenza comunista: scrittori e filosofi, scienziati e storici, registi e direttori d’orchestra, attori e critici d’arte, editori e giornalisti che si misero sì al servizio di una causa nobile, ma accettando spesso di “dimezzare” la propria intelligenza. Si può dunque comprendere l’imbarazzo con il quale il libro fu accolto da gran parte della stampa italiana, quando venne pubblicato per la prima volta in Inghilterra nel 1999 e, l’anno dopo, negli Stati Uniti. Ci fu chi lo ignorò. E chi, non potendolo ignorare, ne disinnescò il potenziale esplosivo accusandolo di puritanesimo. Da noi capita che siano proprio intellettuali e giornalisti a far scattare meccanismi di rigetto, ogni volta che si tocca un nervo scoperto del nostro recente passato, e in particolare quando quel nervo è il rapporto tra intelligence e intellighenzia. Succede da alcuni decenni, da quando a metà degli anni Sessanta il «New York Times» pubblicò le prime rivelazioni sui finanziamenti del servizio segreto americano ad alcune prestigiose riviste letterarie europee. «Dicerie», «porcate dietrologiche», «fantasie complottarde», «fantapolitica»…

(…) Ma come veniva selezionato il personale indigeno? Il requisito fondamentale era che fossero uomini e donne di qualità, ideologi-intellettuali capaci di «manipolare le questioni dottrinali» e quindi di «formare, o almeno predisporre, atteggiamenti e opinioni di quelli che, di volta in volta, sono destinati a fungere da leader dell’opinione pubblica». Il resto avveniva attraverso il mecenatismo dei salotti culturali e delle fondazioni. Aprendo le riviste o le gallerie d’arte a giovani talenti in cerca di notorietà. Istituendo cattedre sovvenzionate. Offrendo direzioni di orchestre… In questo modo, venivano reclutati gli opinion leaders nei vari campi del sapere. E da loro, il «Comitato americano» pretendeva soltanto che, «per propria ragione e convincimento», fossero persuasi che qualsiasi cosa fatta dal governo USA fosse la cosa giusta. E che, ovviamente, lo dicessero al mondo.

«(…) [L’autore di questa prefazione], dunque, non è certo in pena per la sconfitta storica del comunismo. Il problema, per tornare alla domanda iniziale, riguarda piuttosto il modo in cui è stata combattuta la guerra, non l’esito finale.

(…) Gli strateghi di “packet” hanno prodotto nei laboratori della guerra psicologica le idee che dovevamo professare e persino le emozioni che dovevamo sentire. E poi le hanno diffuse attraverso il cinema e la letteratura, la pittura e la musica, i giornali e la televisione. In questo modo hanno imposto dei gusti, dettato delle mode, condizionato il corso della politica e influenzato gli esiti elettorali. Tutto a fin di bene, per carità. In fondo, per parafrasare una celebre battuta di Altan, ci hanno messo in testa delle idee che condividiamo. Ma perché, a guerra fredda ormai conclusa, sconfitto il nemico, continuano a non raccontarci anche l’altra metà della storia? Ci vogliono dire, per esempio, se quelle “armi psicologiche” vennero distrutte o se, invece, sono ancora attive? E se possiamo fidarci delle notizie e dei commenti che leggiamo sui giornali, delle immagini che vediamo al cinema e in tv, dei confronti arroventati dei talk televisivi, del profluvio di informazioni allo stato brado che passano nella rete? La sensazione, purtroppo, è che quegli arsenali non solo non siano stati smantellati, ma alimentino tuttora le guerre psicologiche e di propaganda che accompagnano quelle combattute sul terreno. Contribuendo a creare un format della discussione pubblica in cui l’informazione, l’analisi e i ragionamenti sui grandi, drammatici eventi della modernità vengono relegati sempre più sullo sfondo, mentre in primo piano si affermano le “opinioni armate”. Che non ammettono dubbi, annullano la complessità dei problemi e ne impediscono la comprensione. Il fatto che il libro di Frances Stonor Saunders torni in circolazione è sicuramente un buon segno. In un panorama deprimente, mantiene viva almeno la speranza che si possa trovare qualche buon antidoto contro la militarizzazione del pensiero.»

1 commento su “CHE FINE HANNO FATTO GLI ARSENALI DELLA GUERRA FREDDA CULTURALE?”

  1. Caro Fasanella, giustamente lei reclama un’opera analoga dedicata alla guerriglia intellettuale condotta dall’altra parte della cortina di ferro. Non so ha letto l’intrigante – e assai ben scritto – romanzo di Vladimir Volkoff di recente ripubblicato da Settecolori, “Il montaggio”, dedicato al mondo opalescente degli agenti di influenza. Merita davvero, tanto più che è opera di qualcuno che sapeva bene ciò di cui parlava. E se a tratti fa anche nascere il sospetto che sia stato esso stesso una operazione contro-propagandistica di marca reazionaria, beh… ciò non sarebbe che la conferma diretta di come funzionano queste cose. Come quello delineato dalla Saunders, questo di Volkoff è uno scenario oggi ormai datato ma comunque resta – per me – altamente istruttivo. Oggi per avere un’idea più precisa delle strategie impiegate dobbiamo ricorrere a Thomas Rid ecc.

    Al di là però di questo piano che tocca il livello della informazione, della cultura e della elaborazione intellettuale, un lavorio ancora più efficace è senz’altro quello realizzato più in profondità sull’immaginario popolare dai media: ovviamente dopo James Bond è pressoché impossibile non provare un moto di simpatia e forse addirittura di sognante emulazione quando si sente parlare dei Servizi Segreti di Sua Maestà, così come la serie televisiva di Dallas – come ha messo in evidenza di recente Miguel Gotor – ha reso familiare agli occhi del pubblico, e quindi inoffensivo, il mondo che ha alimentato le spinte più aggressive del partito repubblicano di quegli anni.

    Ma credo che l’influenza più pericolosa e sfuggente sia avvenuta ad una profondità ancora maggiore. Profondità antropologica e sociologica, intendo. Si tratta della costruzione artificiale di una idea della vita del tutto sganciata dalle tradizioni spirituali e culturali dei secoli che ci hanno preceduto, orientata al consumo e diffusa pervasivamente dal marketing. La “trasvalutazione dei valori” è avvenuta, alla fine, ad opera della… pubblicità. Credo che la vera grande guerra cognitiva – vinta senza fare prigionieri da quegli attori che Pasolini davvero profeticamente raccoglieva sotto il nome di “potere nuovo” – sia stata proprio questa. Ne parlava in un libro interessante di qualche anno fa Sergio Bellucci, “L’industria dei sensi”. Non si tratta più di divulgare opinioni politiche o promuovere – ad esempio – strategie di intervento nell’economia di una nazione, si tratta di “produrre” negli spettatori il senso stesso della vita in forme funzionali ad un potere esterno.

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