
Scrive Angelo Dell’Osso commentando il mio post di ieri sulla legge elettorale proposta dal governo:«Mi chiedo se possiamo almeno valutarla questa, credo legittima, proposta di legge elettorale di cui conosciamo solo alcune indiscrezioni. Oppure dobbiamo essere contrari a prescindere perché comunque ritenuta in un disegno di regime change?»

Caro Angelo,
provo a spiegare un semplice concetto su cui insisto da qualche decennio, almeno dai tempi della Bicamerale di D’Alema. E non ho mai cambiato idea: le riforme con ricadute dirette o indirette sugli equilibri costituzionali devono essere condivise, e non attuate unilateralmente da una parte politica (se è destra o sinistra poco importa) contro l’altra. Per questo votai No nel referendum di Renzi ed ho votato No anche nel referendum della Meloni sulla giustizia. La nostra legge elettorale è una «porcata», parlando con rispetto. La giustizia non funziona. Il Parlamento è stato di fatto esautorato da interessi esterni alle normali dinamiche democratiche. I poteri del governo sono inadeguati rispetto alla drammaticità dei problemi da affrontare, e spesso cono influenzati da commissari “irresponsabili”. E potrei continuare. Le riforme istituzionali sono più che indispensabili per garantire la sopravvivenza del nostro sstema democratico a e il suo regolare funzionamento. Ma vanno attuate in un insieme, non per pezzi; all’interno di un quadro generale in cui siano ridefiniti contestualmente poteri e contropoteri di garanzia. Un’operazione del genere, a mio avviso, può essere attuata solo attraverso un’Assemblea costituente eletta direttamente dal popolo con criteri proporzionali e un mandato (esplicito e a tempo) per modificare la Costituzione nelle parti in cui è necessario cambiarla. Ti sembra un concetto così astruso, in un Paese che nel corso della sua storia unitaria ha conosciuto guerre e guerre civili nelle forme più disparate? A me sembra solo buon senso.
