#ChecosasonoleBr. SI E’ MAI DISSOLTA L’AREA DI CONTIGUITA’ DEL CASO MORO?

Caro Giovanni,

ho apprezzato molto la postfazione alla nuova edizione di “Che cosa sono le BR” e ti confesso di essere molto curiosa circa il nuovo libro che hai annunciato visti i collegamenti che avete, tu e Cereghino, appena tracciato in questo scritto.

A tal proposito vorrei domandarti quale delle due piste che hai sempre indicato, quella francese e quella inglese, a livello internazionale ritieni preponderante nelle vicende italiane e soprattutto nel caso Moro e se queste si intersecano con i riferimenti che hai fatto alla pista italiana.

Laura Moretti, Messenger

Cara Laura,

grazie per l’apprezzamento. Sì, il caso Moro continua ad essere al centro delle ricerche archivistiche che Cereghino ed io conduciamo ormai da un ventennio. Abbiamo puntato i riflettori su una ventina di personaggi (italiani e stranieri) di altissimo livello, appartenenti a vario titolo alla cosiddetta area della contiguità. Quella zona grigia tra il movimento del 77, il “partito armato” e le Brigate Rosse le cui responsabilità nel golpe del 1978 non sono mai emerse, e sono ancora oggi coperte dal velo protettivo di mille interessi. Se ne parla da tempo, ma oggi possiamo farlo con più cognizione di causa, sulla base di evidenze documentali sempre più nitide. In quell’area, si crearono alleanze ibride tra le organizzazioni della lotta armata e ambienti ideologicamente estranei ai progetti rivoluzionari, ma molto interessati -come il “partito armato” e le Br, del resto- a impedire il compromesso storico.

Pista francese o pista inglese? Cara Laura, nel caso Moro non agì un solo soggetto, ma ci fu il concorso di più forze (“Il puzzle Moro”, ho intitolato un mio libro pubblicato da Chiarelettere nel 2018). La lotta al compromesso storico, condotta soprattutto dalla destra Usa e dall’oltranzismo atlantico europeo, si incrociò con i piani anglo-francesi per ridimensionare il ruolo italiano nel Mediterraneo. A questo proposito, consiglio di analizzare le dinamiche che si svilupparono durante le crisi egiziana e iraniana del 1952-’53, quella di Suez del 1956 e nella “primavera” libica del 2011, fanno capire molte cose. Cereghino ed io, dunque, non prediligiamo una pista rispetto all’altra, cerchiamo di ricostruire il puzzle, aggiungendo via via le tessere che emergono dagli archivi. E le responsabilità di Parigi e Londra sono ormai evidentissime. La Gran Bretagna -dicono i documenti ufficiali dei suoi governi oggi declassificati, se vogliamo dare una qualche importanza ai documenti ufficiali- si assunse il compito di programmare le azioni illegali contro Moro. Fece valere il diritto di supervisione sulla politica del nostro Paese che si era conquistato durante il secondo conflitto mondiale. Ma discusse i suoi piani con gli altri partner più influenti dell’Alleanza atlantica, Francia, Germania e Stati Uniti; e chiese persino una sorta di lasciapassare al Cremlino brezneviano. Fra gli interlocutori degli inglesi, il più zelante era il governo francese. Mai un dubbio, il suo avallo ai progetti eversivi fu sempre totale, senza riserve. D’altra parte, chi può contestare il ruolo di agenti di influenza francesi nel determinare il clima ideologico in cui si formò il “partito armato”? E chi può negare la politica di “accoglienza” di Parigi nei confronti di terroristi brigatisti e consimili? Una politica iniziata ben prima della “dottrina Mitterrand”, enunciata a partire dal 1982. Corrado Simioni, il regista del convegno di Pecorile in cui nel 1970 nacquero le Br, all’alba dei 2000 fu insignito del titolo di Cavaliere della Repubblica dal presidente Jacques Chirac. Con questa motivazione: per i servizi resi alla Francia a partire dal 1966 nel campo dell’«accoglienza ai senzatetto». Attenzione alle date: 1966, 1970, 2000!

Lo so, quando si tocca il tasto dell’area della contiguità, molti si agitano. Talvolta in modo scomposto, segno che il nervo è ancora sensibilissimo. Perché quella “zona grigia” forse non si è mai del tutto dissolta. Probabilmente si è riorganizzata, dopo gli anni di piombo, per combattere un’altra guerra. Quella della memoria, nel tentativo di imporre una narrazione limitata alla soggettività politica del terrorismo e del partito armato, priva di ogni riferimento alle «altre intelligenze», la definizione coniata da un presidente della Repubblica italiana, Oscar Luigi Scalfaro, nel suo discorso alle Camere in occasione del ventennale dell’assassinio di Moro: «Cercate le altre intelligenze!».

Non c’è dunque da stupirsi, cara Laura, se in questo ambiente mefitico, popolato da figure squallide e senza scrupoli morali, prosperino anche ex terroristi impuniti. Graziati per i servizi resi in passato, oggi usano la parola allo stesso modo di una P38 o di una mitraglietta Skorpion. Sparano fango contro chiunque minacci i territori oscuri della contiguità, in cui forse questi ex terroristi coltivano ancora qualche orticello. Ma sono solo figuranti, l’ultimo anello della catena, bassissima manovalanza. Psicologicamente instabili, e a volte con situazioni personali complicate, sono più facilmente eccitabili. Non meritano alcuna attenzione, fanno solo pena. Preferiamo puntare i riflettori su quelli che, dietro le quinte, continuano ad armarli, sfruttando la loro fragilità.

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