IL «TEOREMA CALOGERO» E IL «GOLPE DI VIA FANI». IL DEBITO DI VERITA’ DI INFORMAZIONE E INTELLETTUALI

Fasanella, 

posso chiederti cosa ne pensi della figura del magistrato Pietro Calogero, morto qualche giorno fa?

Sergio Bevilacqua, Messenger

Caro Sergio,

ho sempre stimato Pietro Calogero. Ma mi rendo conto che è ancora troppo presto per esprimere giudizi sereni su una figura così divisiva. Tuttavia, non voglio sottrarmi al sottinteso della tua domanda. 

La sua inchiesta “7 aprile” sui rapporti tra Autonomia e Brigate Rosse è stata ormai archiviata come un fallimento.  E con qualche ragione, probabilmente. Calogero ne ha pagato un prezzo in termini di immagine, con relativa condanna alla damnatio memoriae. Le sentenze vanno sempre rispettate, certo. Ma non sono la storia. Le dinamiche tra il “partito armato” e le Br nelle varie fasi dell’operazione Moro sono un capitolo chiuso sul piano giudiziario, dal punto di vista cioè delle responsabilità individuali relative a specifici reati. Ma non su quello della ricostruzione storica, politica e giornalistica. Perché riguardano un aspetto fondamentale per la comprensione degli anni di piombo: la zona grigia della lotta armata, quell’area di contiguità con il terrorismo in cui si intrecciarono alleanze e complicità di ogni tipo. A questo proposito, invito a leggere o rileggere “Che cosa sono le Br”, il libro intervista con Alberto Franceschini, in uscita il prossimo 24 aprile con Fuoriscena e il Corriere della Sera. Sull’argomento ci sono pagine illuminanti.

Calogero commise sicuramente degli errori. Tra i più gravi, a mio avviso, quello di aver avuto troppa fretta. Per cui la sua inchiesta giunse del tutto “inopportuna” in una fase in cui, dopo il 9 maggio 1978, si stava procedendo alla smobilitazione degli apparati che avevano avuto un qualche ruolo nel “golpe di via Fani”. Un’operazione complessa, condotta -oggi possiamo ipotizzarlo con cognizione di causa- su tre piani. 

Il primo. Lo smantellamento della manovalanza terroristica attraverso una durissima azione di contrasto da parte dello Stato. I nuclei antiterrorismo, inspiegabilmente sciolti alla vigilia del sequestro Moro, furono ricostituiti poteri pressoché assoluti, subito dopo l’assassinio del leader democristiano.  

Il secondo. La “trattativa” (uso questa parola solo per comodità) con aree contigue alle Brigate Rosse per ottenere, offrendo impunità, informazioni utili per disarticolare la forza armata del terrorismo e il suo apparato logistico. In quel contesto si inserì poi un altro elemento: la “pulizia” delle tracce che avrebbero portato alle complicità ai livelli più alti, interni e internazionali. 

Il terzo, infine. La costruzione di una verità pubblica attraverso un patto -«patto del silenzio», secondo Giovanni Pellegrino, ma anche secondo gli studiosi più accreditati- fra i soggetti coinvolti nel caso Moro a vario titolo e a vari livelli di responsabilità. 

Calogero, soprattutto quando la sua inchiesta imboccò le piste francese e inglese, rischiava di interferire con i lavori in corso. Contro di lui si scatenò l’ira di Dio. Campagne di stampa ostili, fughe di notizie, collaborazioni istituzionali negate: quando lo si accusa di aver costruito solo «teoremi», vogliamo mettere nel conto anche tutto l’ambaradan montato contro di lui per impedirgli di trovare la prova giudiziaria?  

Potrei sbagliarmi, ma sono convinto che la storia lo riabiliterà. Nel frattempo, celebrato il funerale dei suoi «teoremi», proviamo a puntare i riflettori sulla macchina del fango scatenata contro di lui? E’ un debito che l’informazione e il ceto intellettuale hanno nei confronti delle vittime e dell’opinione pubblica del nostro Paese.

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